Jack Harlan

 

Jack Harlan (1917-1998) è famoso per le sue spedizioni di raccolta di piante e per le sue affermazioni sul valore dei parentali selvatici e delle infestanti delle piante coltivate. Raccogliendo varietà agricole nelle diverse aree del pianeta, ha nel tempo rivisto e corretto le teorie di Vavilov circa le origini dell’agricoltura e la presenza di centri di origine delle colture stesse. Harlan, inoltre, ha coniato il concetto di pool genetico delle piante coltivate, individuando per ogni specie tre pool genetici (primario, secondario e terziario).

Sull’importanza delle varietà locali, anche di quelle a prima vista assolutamente poco interessanti per le loro caratteristiche, Harlan ricordava la storia di una varietà che aveva raccolto in un campo in Turchia nel 1948. Si trattava di una varietà poco appariscente, misera, alta, dallo stelo fine, suscettibile alla ruggine bruna, che allettava e con cattiva attitudine alla panificazione. Comprensibilmente, nessuno le ha prestato attenzione per circa 15 anni. Improvvisamente, un nuovo patogeno fungino, la ruggine striata, cominciò a fare gravi danni alle colture nel nord-ovest degli Stati Uniti. Questa varietà turca, chiamata nella collezione PI78383, si è rivelata resistente a quattro razze della ruggine striata, e a 35 razze di carie del frumento. Le varietà migliorate prodotte a partire da PI178383 hanno permesso di ridurre le perdite stimate in alcuni milioni di dollari all'anno.

Insieme a Sir Otto Frankel, Erna Bennett, Jack Hawkes, Dieter Bommer, MS Swaminathan, John Creech e pochi altri ha dato vita al movimento che ha considerato la conservazione delle risorse genetiche vegetali come un campo interdisciplinare per gli studi scientifici. Questo movimento, fiorito a partire dalla fine degli anni 70, è ormai definitivamente affermato dando testimonianza della saggezza di quei primi visionari.

Così scriveva nel 1975 Jack Harlan in un suo famoso articolo sulla rivista Science dal titolo Our vanishing genetic resources:

“La coevoluzione delle colture e l'uomo in economie di sussistenza agricola è uno dei soggetti più affascinanti per chi studia l’evoluzione culturale umana. Ma, come tante cose in questo mondo, il passato viene distrutto dal presente. Centri di diversità sono stati spazzati via negli ultimi decenni. Culture indigene tribali e costumi sociali sono scomparsi. Varietà locali stanno diventando oggetti da collezione tanto quanto i bronzi dell’età del ferro, le maschere africane o l’Arte Precolombiana. Il mondo di Vavilov sta scomparendo e le fonti di variabilità genetica che conosceva si stanno prosciugando. I modelli di variazione [...] potrebbero non essere più visibili in pochi decenni e le tracce viventi della lunga coevoluzione delle piante coltivate potrebbe scomparire per sempre”.

Sono passati più quasi quarant’anni e queste parole sono ancora quanto mai attuali.