Tale decreto, varato dal Consiglio dei Ministri il 13 maggio, ha in qualche modo materializzato un dibattito in corso da ormai due mesi e mezzo sul tema della regolarizzazione del lavoro agricolo. A questo è dedicato l'articolo 110 bis dal titolo “Emersione di rapporti di lavoro”, che istituisce due differenti modalità di regolarizzazione: la prima consiste nell'emersione dei lavoratori e delle lavoratrici impiegati/e irregolarmente attraverso l'autodenuncia del datore di lavoro, la seconda nel rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo di 6 mesi per le persone il cui permesso era scaduto a partire dal 31 ottobre 2019. Queste misure si rivolgono ai lavoratori e alle lavoratrici impiegati/e nei settori dell’agricoltura, allevamento e zootecnia, pesca e acquacoltura; assistenza alla persona; lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare.
Tale intervento, che rafforza ulteriormente il vincolo tra manodopera e datori di lavoro, resta una regolarizzazione parziale e frammentaria, espressione di una visione della dignità del lavoro, delle persone e dell'agricoltura stessa difficilmente accettabile.
Sin dall'inizio della crisi sanitaria, un'enfasi rilevante è stata infatti posta sul rischio della mancanza di manodopera agricola migrante necessaria al funzionamento del sistema agroalimentare italiano.
I toni allarmistici utilizzati a riguardo, lasciano intravedere la preoccupazione che una lieve flessione dell'offerta di lavoro possa mettere a rischio non tanto i raccolti, quanto la disponibilità di una manodopera in eccesso ricattabile e in concorrenza, condizioni necessarie per il contenimento dei salari. Se i dati dimostrano in effetti che il lavoro salariato in agricoltura, in cui si stima una presenza di contratti irregolari di circa 164 mila unità, è un aspetto strutturale dell'agricoltura italiana, il problema non può essere certo affrontato con interventi emergenziali e sradicati dalla specificità del settore economico in cui si inserisce.

Il decreto derubrica anche al comma 17 gli interventi finalizzati a “contrastare efficacemente i fenomeni di concentrazione dei cittadini stranieri di cui ai commi 1 e 2 in condizioni inadeguate a garantire il rispetto delle condizioni igienico-sanitarie richieste al fine di osservare la diffusione del contagio da Covid-19 ” non tenendo minimamente in conto il carattere strutturale degli insediamenti informali in cui vivono migliaia di lavoratori migranti.

Nel corso degli anni, noi contadini/e, a fianco di associazioni antirazziste e sindacali, abbiamo assistito ad una proliferazione di tendopoli, talvolta platealmente distrutte per poi essere ricostruite attingendo al denaro pubblico, e di misure per permettere l’accesso alle stesse che hanno rappresentato un progressivo perfezionamento delle forme di gestione degli spazi di vita di lavoratori e lavoratrici.

Crediamo sia il tempo di interventi strutturali che puntino allo smantellamento di questi insediamenti a fronte di un accesso mediato e garantito dalle istituzioni locali a sistemazioni abitative dignitose, tenuto conto dei bisogni specifici dei lavoratori e delle lavoratrici di ciascun territorio. Qualsiasi altro tipo di intervento che prescinda ancora una volta dalle voci dei diretti interessati rischia di tradursi in un oneroso dispendio delle risorse pubbliche per soluzioni fallimentari o di creazione di ulteriore frammentazione e tensione tra i lavoratori/lavoratrici stessi/e.

Il decreto intende inoltre rafforzare la Rete del lavoro agricolo di qualità, introdotta nel 2014. Il riferimento a tale strumento rafforza l'idea del/della lavoratore/lavoratrice che può godere di diritti solo in base alla propria funzionalità ad un'agricoltura che è quella a misura dell'agroindustria italiana. Crediamo sia necessaria una riflessione critica sui rapporti di forza all'interno delle filiere del Made in Italy, un sistema economico produttivo che rimane, in tutti i suoi aspetti organizzativi, distante dai bisogni dei contadini e dei lavoratori, ma anche dei consumatori, a favore di poche grandi industrie orientate principalmente all'esportazione.

Siamo alleati delle associazioni e dei gruppi che da anni hanno sostenuto con azioni di solidarietà attiva i lavoratori e le lavoratrici dei campi che in questi due mesi non hanno avuto il diritto al distanziamento sociale. Crediamo allo stesso tempo queste azioni solidali siano da sostenere perché strumenti che accendono l'attenzione sul tema del lavoro e richiamano alle responsabilità le istituzioni come nel caso della campagna Portiamo l'acqua al ghetto di Campobello di Mazara” in Sicilia dove ad una raccolta fondi per rispondere ad un bisogno primario si accompagnano puntuali indicazioni per interventi strutturali (vedi comunicato stampa del 14 maggio 2020).

Riteniamo che oggi più che mai sia necessario riaffermare e rimettere al centro del dibattito pubblico e politico i diritti già sanciti dalla #UNDROP “Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei contadini e di altre persone che lavorano in zone rurali”, in particolare il diritto a un tenore di vita dignitoso, a condizioni di lavoro sicure e sane, incluso l’accesso all’ acqua potabile e ai servizi igienici, alla previdenza sociale e ad un alloggio adeguato.

Chiediamo quindi, come già espresso nel nostro comunicato del 30 marzo scorso, una sospensione immediata dei cosiddetti “Decreti Salvini”, la regolarizzazione di tutti i/le migranti e l’attuazione di misure volte a risolvere in modo strutturale e permanente la questione degli insediamenti informali dei lavoratori e delle lavoratrici agricoli/e.

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